I nuovi proletari hanno la partita IVA

Ci siamo raccontati per anni che il lavoro autonomo fosse una conquista. Che aprire una partita IVA significasse smettere di essere dipendenti da qualcuno e diventare finalmente imprenditori di se stessi, padroni del proprio tempo, liberi di scegliere i clienti e di rifiutare quelli sbagliati. Era una bella storia e in qualche caso è persino vera. Ma se oggi si guarda dentro quel contenitore enorme e disordinato che chiamiamo lavoro indipendente, e in particolare dentro il mondo che lavora per altre aziende e non per il consumatore finale, si trova qualcosa che assomiglia molto poco all’imprenditoria e moltissimo a una condizione operaia senza fabbrica, senza sindacato e senza orario.

Sono i copywriter che scrivono per l’agenzia che scrive per il cliente. I grafici che consegnano venti esecutivi al mese per una cifra che a dividerla per le ore fa meno di quanto prende un rider. I traduttori, i social media manager, i video maker, i consulenti, i formatori, gli sviluppatori che lavorano in subappalto da un altro freelance che a sua volta lavora in subappalto. Hanno un solo committente o due, spesso da anni. Hanno una scrivania in casa, un computer comprato a rate e un regime forfettario che sembra un regalo dello Stato finché non ci si accorge che è soprattutto un’anestesia. Lavorano tutti i giorni, molti anche la domenica, e se si fermano non incassano. Questa è l’unica regola che conta e la conoscono tutti.

Il punto non è il fisco. Il punto è che a questa massa di persone, che in Italia si conta a milioni e che tiene in piedi pezzi interi della filiera produttiva, non è stata data nessuna delle protezioni che nel Novecento erano state faticosamente costruite per chi il lavoro lo vende in cambio di un reddito. Non esiste la malattia. Se ti ammali per tre settimane, quelle tre settimane sono un buco nel bilancio familiare che nessuno colmerà e che nessuno ti chiederà mai come hai colmato. Non esistono le ferie: esistono le settimane in cui non fatturi, che è una cosa diversa e molto più ansiogena, perché ad agosto non stai riposando, stai bruciando riserve. Non esiste la cassa integrazione quando il cliente principale taglia il budget e ti comunica via messaggio  che da gennaio si va avanti a metà. Non esiste una vertenza possibile quando ti pagano a novanta giorni e poi a centoventi e poi ti fanno capire che insistere non è elegante. Esiste una fattura non pagata che tu hai comunque già dichiarato e su cui hai già versato i contributi.

I contributi, appunto. La gestione separata dell’INPS preleva oltre un quarto del reddito imponibile e in cambio promette una pensione che chiunque abbia fatto due conti sa che sarà largamente insufficiente. Migliaia di quarantenni e cinquantenni con dieci o quindici anni di autonomia alle spalle stanno costruendo una vecchiaia che non reggerà e lo sanno, e non ne parlano quasi mai perché il pensiero è troppo grande per il tempo che resta tra una consegna e l’altra. La maternità è una finzione burocratica per chi lavora così: cinque mesi di indennità calcolati su redditi bassi non sostituiscono un cliente che nel frattempo ha trovato qualcun altro e non lo mollerà più. Molte professioniste il figlio lo rimandano e poi lo rimandano ancora, ed è una scelta privata che però ha cause pubblicissime.

C’è poi la questione del prezzo, che è il cuore di tutto. Nel business to business la controparte è quasi sempre più forte, più strutturata, più capace di aspettare. Ha un ufficio acquisti e tu hai la posta elettronica. La legge sull’equo compenso esiste dal 2023 ma si applica a perimetri limitati e soprattutto nessuno la fa rispettare, perché farla rispettare significherebbe che qualcuno debba denunciare il proprio committente principale, cioè suicidarsi professionalmente in un settore dove tutti si conoscono. Così le tariffe scendono, spinte verso il basso da una concorrenza che oggi non è più soltanto quella del collega disposto a lavorare per meno ma anche quella di strumenti automatici che producono in trenta secondi qualcosa di mediocre ma sufficiente per un cliente che non distingue. Chi fa questo mestiere ha smesso di contrattare il valore del proprio lavoro e ha cominciato a contrattare la propria sopravvivenza, che è il momento preciso in cui un professionista diventa un salariato senza salario.

La cosa più crudele è l’isolamento. Il proletariato di un secolo fa aveva un vantaggio enorme rispetto a questo: stava nello stesso posto alla stessa ora e questo gli permise di scoprire di essere tanti e di avere gli stessi problemi. Il freelance forfettario non incontra nessuno. Si confronta con i colleghi dentro gruppi social dove il tono dominante è l’ottimismo performativo, la vetrina, il progetto appena consegnato e mai la fattura insoluta. Ha interiorizzato l’idea che se non ce la fa è perché non si è posizionato bene, non ha lavorato sul personal branding, non ha alzato le tariffe, non ha avuto abbastanza mentalità imprenditoriale. Ogni fallimento viene restituito come colpa individuale e questa è la più efficace delle tecnologie di controllo, perché rende impossibile persino immaginare una rivendicazione comune.

Qualcuno obietterà che qualcosa è stato fatto e formalmente è vero. Dal 2024 esiste l’ISCRO, l’indennità di continuità reddituale per chi sta nella gestione separata: una specie di cassa integrazione per partite IVA, resa strutturale dopo tre anni di sperimentazione. Poi si guardano i numeri e si capisce tutto. Per ottenerla devi aver dichiarato l’anno prima meno del settanta per cento di quello che guadagnavi nei due anni precedenti e comunque non più di dodicimila e settecento euro lordi, cioè devi essere già in caduta libera. Se ce la fai ricevi tra i duecentocinquanta e gli ottocento euro al mese per sei mesi, e poi non puoi richiederla per i due anni successivi, come se le crisi dei mercati arrivassero a turno ordinato. È una misura pensata per non costare, non per proteggere. E la stessa cosa vale, guardando fuori, per il modello spagnolo che da anni viene citato come esempio: il cosiddetto paro de los autónomos copre il settanta per cento del reddito di riferimento, sulla carta è serio, ma nel 2025 circa due domande su tre sono state respinte. Il meccanismo ricorrente non è l’assenza della norma, è la norma costruita in modo che quasi nessuno possa usarla.

Lo strumento che invece esisterebbe e che in Italia nessuno ha voluto raccogliere è un altro. Dal settembre 2022 la Commissione europea ha stabilito che il diritto della concorrenza non si applica agli accordi collettivi dei lavoratori autonomi senza dipendenti quando questi sono in una condizione paragonabile a quella dei dipendenti, per esempio quando lavorano in via prevalente per un solo committente o quando trattano con imprese enormemente più forti. Per decenni il divieto di cartello era stato l’alibi perfetto per impedire a fotografi, traduttori, grafici e consulenti di mettersi d’accordo su una tariffa minima. Quell’alibi non esiste più da quattro anni e qui non se ne è accorto quasi nessuno.

Il silenzio su questo punto non è una distrazione, è una scelta. Una categoria che non ha un tavolo, non ha una tessera e non ha un giorno di sciopero è una categoria che si può continuare a pagare a centoventi giorni senza che succeda niente, e ogni anno che passa senza contrattazione è un anno di tariffe che scendono ancora. Nel frattempo continueremo a chiamarli liberi professionisti, che è una definizione bellissima e in molti casi una presa in giro. Sono le persone che scrivono i testi che leggiamo, montano i video che guardiamo, disegnano i loghi che riconosciamo e tengono aperti i siti che usiamo ogni giorno. Producono valore per aziende che lo iscrivono a bilancio e non hanno accesso a quasi nessuna delle garanzie che quel valore ha storicamente finanziato. Chiamarli nuovi proletari non è una provocazione retorica ma la descrizione più economica possibile di quello che sono diventati mentre noi guardavamo altrove.

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