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Ogni volta che un orso attraversa una strada, una malga o una notizia, il dibattito pubblico riparte da zero. Le stesse domande, le stesse paure, le stesse certezze contrapposte. Sembra che in vent’anni di presenza stabile della specie sulle Alpi centrali non si sia accumulato nulla: né conoscenza condivisa, né strumenti di dialogo, né memoria. Il problema non è l’orso. Il problema è ciò che non sappiamo dirci sull’orso.
Il primo nodo è la mancanza di informazioni adeguate. Non di informazioni in assoluto: alcuni dati a Trento esistono, dei rapporti tecnici vengono pubblicati, la popolazione viene seguita con metodi genetici e in alcuni casi anche telemetrici. Ma un dato chiuso in un report annuale non è un’informazione per il cittadino. È un archivio. Chi vive in una valle dove l’orso è tornato non ha bisogno di una tabella, ha bisogno di sapere cosa significa quella presenza per la sua giornata, per il suo lavoro, per i suoi figli che vanno a scuola a piedi. Quando le istituzioni non traducono il dato in conoscenza utilizzabile, lasciano un vuoto. E i vuoti, in comunicazione, non restano vuoti a lungo. E nelle aree di nuova colonizzazione fuori dalla Provincia di Trento?
Il secondo nodo è l’assenza di un lavoro serio di coinvolgimento degli stakeholder. Allevatori, apicoltori, cacciatori, gestori di rifugi, sindaci, operatori turistici, associazioni ambientaliste, residenti: ciascuno porta un interesse legittimo e una percezione diversa del rischio. Il coinvolgimento non consiste nel convocare un’assemblea dopo un’aggressione, quando le posizioni sono già blindate dalla paura o dalla rabbia. Consiste in un processo continuo, costruito prima che serva, in cui le persone imparano a conoscere chi prende le decisioni e come le prende. Lo scopo principale non è il consenso, che sulla fauna selvatica non arriverà mai unanime. Lo scopo è abbattere il muro di scarsità di fiducia che oggi separa i cittadini dalle istituzioni, le categorie l’una dall’altra.
Perché questo muro c’è, ed è spesso. Lo hanno costruito anni di comunicazione reattiva, di decisioni annunciate e poi ritirate, di ordinanze impugnate e sentenze contraddittorie, di promesse di indennizzi arrivati tardi. Il progetto di reintroduzione che riportò l’orso in Trentino fu un successo biologico. Non fu accompagnato da un investimento paragonabile nella relazione con chi avrebbe dovuto convivere con quel successo. La morte di Andrea Papi, nell’aprile del 2023, rese visibile a tutti una frattura che i territori denunciavano da tempo.
Il terzo nodo è un paradosso che riguarda tutti noi. Non abbiamo fiducia in nessuno, ma crediamo a tutto quello che leggiamo e vediamo sui social. Evidenziamo la carenza degli Enti pubblici e poi condividiamo senza esitazione il video di un orso “avvistato” a pochi chilometri da casa, girato in realtà altrove anni prima, o il post che presta all’animale una psicologia umana. È l’infodemia faunistica: un flusso continuo di contenuti in cui il credito narrativo sostituisce il credito epistemico. Non conta chi sa, conta chi racconta meglio. Non conta se una cosa è vera, conta se conferma ciò che già pensavamo.
Questo paradosso non è irrazionale come sembra. La sfiducia verso le istituzioni nasce da esperienze concrete; la fiducia verso il contenuto social nasce dalla sua prossimità apparente. Il video lo ha girato “uno come noi”, il post lo ha scritto un vicino, un parente, un gruppo locale. La rete restituisce un’illusione di testimonianza diretta che nessun comunicato stampa potrà mai eguagliare. Le piattaforme, poi, premiano ciò che polarizza: l’orso killer da abbattere e l’orso innocente da difendere generano più interazioni di qualsiasi ragionamento sulla presenza dell’orso, sulla struttura di popolazione o sulla gestione degli individui problematici. Il dibattito si radicalizza non perché le persone siano estreme, ma perché il sistema che lo ospita seleziona gli estremi.
Da qui il quarto nodo, che è anche l’unica via d’uscita: la necessità di una cultura della gestione della fauna selvatica che non significa aver liberato fagiani pronta caccia, né un’educazione ambientale generica, fatta di buoni sentimenti e immagini rassicuranti, ma una competenza diffusa informata dalla scienza che permetta ai cittadini di orientarsi. Sapere come si comporta un orso, cosa lo attira verso i centri abitati, perché i rifiuti mal gestiti diventano un problema di sicurezza pubblica, cosa distingue un individuo confidente da uno pericoloso, quali strumenti di gestione esistono e quali sono i loro limiti. Sapere, soprattutto, distinguere un dato oggettivo da un opinione personale, un monitoraggio scientifico da un avvistamento occasionale, misurare la probabilità di fare affermazioni scientificamente vere e non aneddoti.
La cultura faunistica non serve a farci amare l’orso. Serve a farci smettere di proiettare sull’orso le nostre paure e le nostre identità. Chi conosce la biologia di una specie non ha bisogno di idealizzarla né di demonizzarla: può valutarne il rischio reale, che non è mai zero, e accettarne la presenza come parte di un territorio che non ci appartiene in esclusiva. È la differenza tra un rapporto subìto e un rapporto consapevole.
Costruire questa cultura richiede tempo, risorse e continuità di azione. Richiede istituzioni preparate e competenti (science based evidence) disposte a comunicare soprattutto quando non c’è un’emergenza, ricercatori disposti a uscire dai convegni e a entrare nelle sale parrocchiali, nelle scuole, nelle malghe. Richiede di riconoscere che la gestione faunistica è anche, e forse prima di tutto, gestione delle relazioni umane. Nessun piano tecnico, per quanto ben scritto, regge in un contesto in cui nessuno si fida di chi lo applica.
L’orso continuerà a fare l’orso, come ha sempre fatto. La domanda è se noi riusciremo a smettere di raccontarcelo male.
– Dr. Renato Semenzato
Biologo, progetto Life Wolfalps, docente master universitari
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