Il turismo non può diventare un privilegio di classe

Prima o poi succede sempre: il discorso sul turismo scivola dall’economia alla morale. Succede ogni volta che, più o meno esplicitamente, si insinua l’idea che certi luoghi debbano essere riservati a chi può permetterseli e che chi spende poco, chi porta con sé un panino, chi rinuncia al ristorante o all’hotel di categoria, sia quasi un ospite indesiderato.

È una deriva brutta, ingiusta e pericolosa.

Sia chiaro: puntare sulla qualità non è sbagliato. Nessuno mette in discussione il valore di un’offerta turistica curata, ben organizzata, capace di generare reddito, lavoro e sviluppo.

Il turismo di fascia alta rappresenta una risorsa importante per molti territori. Il problema nasce quando la qualità viene piegata a un’idea classista dell’accoglienza, quando “turismo di qualità” diventa il modo elegante per dire che i poveri danno fastidio, quando si comincia a pensare che il decoro coincida con il portafoglio.

È lì che il discorso cambia natura, perché il turismo non è solo industria, è anche diritto, accesso, possibilità di vivere i luoghi. La montagna non appartiene soltanto a chi può pagare una suite con spa. Il mare non è riservato a chi può permettersi il lettino in prima fila. Una spiaggia, un sentiero, un prato innevato non chiedono a nessuno quanto ha in tasca. Non distinguono tra chi arriva con grandi disponibilità e chi ha risparmiato per mesi per concedersi una giornata fuori, tra chi pranza al ristorante e chi apre lo zaino e tira fuori un panino preparato da casa. Non c’è nulla di degradante in tutto questo. C’è, semmai, una normalissima umanità.

Fa impressione, allora, sentire certi discorsi pronunciati con leggerezza: se non puoi spendere, resta a casa; se ti mangi il panino, resta a casa. Frasi che sembrano dette per difendere l’economia di un territorio ma che in realtà rivelano una visione angusta della società. Perché trasformano il turismo in un test di censo e perché suggeriscono che la dignità di una persona dipenda dalla sua capacità di consumare.

Ancora più sgradevole è il riflesso automatico con cui ai visitatori economicamente più modesti vengono attribuiti difetti morali: cafoni, maleducati, sporchi, invadenti. È uno stereotipo tanto comodo quanto falso. L’educazione non si misura in base alla carta di credito. La sensibilità verso i luoghi, il rispetto per l’ambiente, la gentilezza nei rapporti non sono un privilegio dei benestanti. Anzi, troppe volte accade il contrario: chi ritiene di pagare abbastanza da sentirsi padrone finisce per credersi autorizzato a tutto.

Un territorio maturo dovrebbe saper distinguere con chiarezza tra due piani diversi. Il primo è quello della lotta al turismo maleducato, distratto, predatorio, che lascia rifiuti, pretende servizi impossibili, tratta i luoghi come fondali usa e getta. E su questo bisogna essere inflessibili, sempre. Il secondo è quello del reddito di chi viaggia e su questo bisogna essere limpidi: non si discrimina. Non si umilia, non si seleziona in base alla capacità di spesa come se la bellezza dovesse diventare un club esclusivo.

L’etica dell’accoglienza impone un principio semplice: i territori possono legittimamente costruire offerte diverse, anche raffinate, anche costose, ma non possono coltivare il disprezzo verso chi ha meno. Perché la bellezza di un luogo pubblico o collettivo non può essere sequestrata da una sola categoria sociale. Un bambino ricco e un bambino povero hanno lo stesso diritto di giocare sulla neve. Hanno lo stesso diritto di correre su una spiaggia, di riempirsi gli occhi di panorama, di imparare il valore del silenzio di un bosco. Se perdiamo di vista questa verità elementare, allora non stiamo più parlando di turismo: stiamo parlando di esclusione.

L’ossessione per il visitatore “che spende” rischia anche di produrre un errore strategico. I territori che inseguono soltanto una fascia sociale finiscono spesso per impoverire la propria anima. Diventano scenografie perfette ma meno vive, meno autentiche, meno umane. L’identità di un luogo non si difende espellendo le persone “normali”. Si difende educando tutti al rispetto, chiedendo regole chiare, investendo in servizi, tutela ambientale, mobilità e cultura dell’ospitalità.

L’obiettivo non è tenere fuori chi ha meno soldi. È far entrare più consapevolezza.

Il punto, in fondo, è molto semplice. Sì a un turismo capace di creare economia. Sì anche al turismo di lusso, quando è compatibile con il territorio e ne valorizza l’offerta. Ma no al classismo travestito da strategia. No alla volgarità di chi misura il diritto a stare in un luogo dal conto pagato a fine giornata.

Le migliori destinazioni turistiche non selezionano in base al portafogli, accolgono chi rispetta indipendentemente da quanto spende. E ricordano a tutti che la natura, il mare, la neve e la possibilità di stare bene non dovrebbero mai essere il privilegio di pochi, ma l’orizzonte di tutti.

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