I segni del cuore (C.o.D.a) e Dune trionfano agli Oscar 2022

Il giusto riconoscimento per Hans Zimmer, un ulteriore importante passo per la piena accoglienza alla comunità sorda.

Ad uscire in trionfo dalla serata dei Premi Oscar (“Academy Awars”) 2022 sono “I segni del cuore (C.o.D.A.)” e “Dune”: il primo per il -se così è consentito dire- valore delle 3 statuette ottenute ed il secondo per il numero di statuette portate a casa (6 sulle 10 a cui era candidato).

È davvero un momento di successo e, forse ancora di più ed ancor meglio, di rinnovata popolarità e finalmente accoglienza non saltuaria ma sedimentata, della comunità sorda nel mondo del cinema.

Il 2021 ha visto, e lo abbiamo raccontato su questo giornale, alcuni prodotti cinematografici e seriali (il genere è infatti chiamato “deafmovie” o “deaf cinema”) di alto profilo e vasto successo con almeno un protagonista appartenente alla comunità dei sordi, e questo certamente ha contribuito nell’aumentare la considerazione di tutte e tutti verso la stessa comunità.
Come detto, infatti, ad uscire in trionfo dalla notte degli Oscar è “I segni del cuore (CODA)”, dove CODA è l’acronimo di “Child of Deaf Adults” cioè “Figli di un Adulto Sordo”, indicativo quindi dei bambini nati da adulti sordi, di cui il film racconta una storia commovente.
Dopo il primo successo di una attrice sorda agli Oscar nel 1986, andato per “Figli di un Dio minore” a Marlee Matlin (che ancora oggi detiene il record di più giovane interprete -allora nemmeno 22enne- per la statuetta a Miglior Attrice), oggi dopo 35 anni torna un Premio Oscar ad un interprete davvero sordo, Troy Kotsur, affiancato proprio dalla stessa Matlin.

Il film ha ottenuto altre 2 ambite statuette: Miglior Sceneggiatura Non Originale (a breve vediamo perché) a Sian Heder e, soprattutto, a Miglior Film del 2021, suggellando il pieno successo e il massimo riconoscimento ottenibile per il mondo di Hollywood.

Poco sopra si è voluto dire davvero sordo perché non di rado si è scelto di far interpretare ruoli di personaggi sordi nella trama ad attori e attrici in realtà udenti. È capitato così perfino per il film francese del 2014 “La Famiglia Belier”, di cui il film “I segni del cuore – CODA” è il remake, il rifacimento e riadattamento per così dire statunitensizzato.
La scelta di affidare ruoli di personaggi sordi ad intepreti sordi -come avevamo detto su questo giornale in occasione di “Eternals” per il ruolo di Makkari a Laura Ridloff- comporta alcune novità per lo svolgimento dei lavori e delle riprese di un film o di una serie tv.
Eppure ciò conferisce dignità e valore al prodotto in sé, ed ancor prima alla Comunità Sorda tutta: rappresentata da membri della propria comunità, in maniera perciò autentica, capace di far sentire davvero rappresentati sul grande e sul piccolo schermo chi ne fa parte.
Questa scelta, questa operazione è vera sempre: nei confronti di ogni comunità discriminata, esclusa o anche solo tenuta ai margini.
Il Cinema e la Televisione, oltre certamente ad intrattenerci e farci provare una gamma di esperienza vasta quanto l’animo umano, hanno anche l’incredibile e sorprendente capacità di saper diffondere e generare nel pubblico così come la sensazione di sentirsi esclusi così quella di sentirsi accettati, accolti e membri dell’intera comunità umana.
La Settima Arte ha un potere potentissimo sulle coscienze e gli spiriti umani, oggi più che mai che viviamo di un mondo reale, digitale e virtuale, basato sulle immagini e le emozioni.
È questa quindi una bella pagina per il Cinema, quella dei questi Premi Oscar assegnati a questo film: “I segni del cuore (CODA)”.

L’altro film uscito trionfatore dalla notte degli Oscar è, per via dei numeri, “Dune”, film del regista Denis Villeneuve, non il primo ma certamente il miglior adattamento cinematografico della omonima saga letteraria fantascientifica di Frank P. Herbert.
Già nel 1984 infatti David Lynch aveva azzardato la trasposizione, forte anche dell’allora travolgente successo di Star Wars, di cui erano già uscito l’Episodio IV (1977) e l’Episodio V (19839 [si ricorda che sono usciti prima gli Episodi IV, V, VI, e solo anni dopo gli Episodi I, II e III di Star Wars]. Allora il film non fu per nulla un successo, anzi, la critica non fu leggera, e d’altronde il montaggio, anche agli occhi di uno spettatore non professionista, per così dire, appare davvero non all’altezza né della saga né dello stesso talentuoso regista.
Eppure, pensate che lo stesso George Lucas, ideatore dell’intero universo di Star Wars, ha sempre dichiarato che “non sarebbe mai potuto esistere Star Wars senza Dune”. Lucas si riferiva chiaramente al romanzo di Herbert, uscito nel 1965, e che potremmo additare quale capostipite del genere sci-fi (science fiction, cioè cinema di fantascienza), così come a rivestire il medesimo ruolo per il fantasy è stato J.R.R. Tolkien col suo “Il Signore degli Anelli”.
Più recentemente di Dune è stata realizzata anche una trasposizione in serie tv, con due stagioni nel 2000 e nel 2003.

Tornando ai Premi, Dune ha portato a casa statuette in 6 categorie, che con semplificazione potremmo definire “le più tecniche”, non certo per sminuire ma se mai anzi indicative del mastondotico lavoro di dettaglio svolto per rendere questo film un kolossal dei nostri tempi.
Dune merita di essere visto al cinema: lo confermano i Premi assegnatigli. Miglior Scenografia, Miglior Fotografia, Migliori Effetti Speciali, in pratica una gioia per gli occhi. Ed è una gioia anche per le orecchie: trionfa per il Miglior Sonoro e per la Migliore Colonna Sonora che va ad Hans Zimmer. È il secondo Oscar per Zimmer, che lo aveva già vinto nel 1995 per Il Re Leone, reso immortale nella versione originale da Elton John, in Italia da Ivana Spagna. Un dovuto riconoscimento al maestro Zimmer, che per chi non lo sapesse ha già composto le musiche per capolavori e grandi successi quali “Rain man – L’uomo della pioggia”, “Black Rain – Pioggia Sporca”, “A spasso con Daisy”, “Giorni di tuono”, “Thelma & Louise”, “Una vita al massimo”, “Allarme rosso”, “The Rock”, “Qualcosa è cambiato”, “Il Principe d’Egitto”, “La sottile linea rossa”, “Il Gladiatore”, “Mission Impossible II”, “Hannibal”, “Pearl Harbour”, “Black Hawk Down”, “L’ultimo samurai”, alcuni dei capitoli della saga “Pirati dei Caraibi”, non citando tutti i film più recenti ma solo l’ultimo capitolo della saga di 007 “No time to die”. Zimmer è stato chiamato nel corso delle decadi direttamente dai registi Tony e Ridley Scott, Sean Penn, John Woo, Ron Howard, Michael Bay, Gore Verbinski, Guy Ritchie, Zack Snyder e dal 2005 aveva sempre collaborato con tutti i film di Christopher Nolan: proprio per Dune ha dovuto e voluto dire no al Tenet di Nolan, per la sua devozione alla saga di Hebert. Il potere della fantascienza (sicuri in parte non lo sia il cinema di Nolan?!).

“Dune” ha vinto -lo si dice da ultimo, ma non certo per minore importanza-, anche il Premio Oscar per il Miglior Montaggio. Forse il nome suona strano o non ci fa pensare a qualcosa di così grande peso, e invece è forse assieme alla Regia ciò che più costituisce lo “specifico filmico” cioè l’essenza stessa del prodotto cinematografico. Montaggio vuol dire come le differenti scene vengono tagliate, assemblate, poste l’una di seguito all’altra, incastrate tra loro. Come sappiamo sin da bambini, per quanto le tessere di un puzzle possano essere da sole belle come brutte, il quadro d’insieme viene corretto e splendido se e solo se mettiamo al posto giusto ogni singola tessera. Ecco, a grandi linee, in cosa consiste il montaggio: l’arte di saper mettere (e intuire dove mettere: non ci sono incastri ad aiutare il montatore! È genio, intuito, studio e abilità) in ordine le scene di un film. E d’altronde montare un film è davvero costruire un film nel senso che come si monta un film è di fatto come si sceglie di narrare la vicenda. Senza montaggio il cinema sarebbe solo una serie infinita di scene slegate. Il montaggio è un lavoro dietro le quinte, o meglio la prima e probabilmente la più importante fase della post-produzione (cipè ciò che avviene dopo la fine delle riprese). Insomma, anche in questo caso una ode al lavoro forse non di primo piano ma che c’è e fa eccome la differenza.