Nei momenti in cui lo scenario internazionale si fa più instabile, accade un paradosso: territori considerati periferici tornano improvvisamente centrali. Al contrario, quelli che sembravano irrinunciabili, le grandi rotte, i grandi hub, rivelano tutta la loro vulnerabilità.
Lo Stretto di Hormuz è uno di quei posti che la maggior parte delle persone non saprebbe indicare su una carta geografica, eppure da lì passa una fetta enorme dell’energia che muove il pianeta. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 ci è transitato quasi il 34% del greggio scambiato nel mondo e circa il 19% del gas naturale liquefatto. Ad aprile 2026 la stessa IEA ha messo nero su bianco che la ripresa regolare dei flussi nello Stretto è la variabile chiave per allentare la pressione sui prezzi energetici.
Fin qui, la geopolitica, ma quando l’energia costa di più, le conseguenze si propagano in fretta e arrivano dove non te le aspetti. Le compagnie aeree stanno già assorbendo il colpo: si segnalano già rincari pesanti sul jet fuel, tagli di capacità su alcune rotte, supplementi carburante che spuntano nei preventivi di viaggio, aerei che rischiano di rimanere a terra. Non vuol dire che gli italiani smetteranno di partire, più semplicemente una parte di loro comincerà a chiedersi se valga davvero la pena volare lontano o se non sia più sensato restare più vicini.
Ed è qui che si apre una finestra per il turismo domestico, non siamo nel 2020, non ci sono lockdown ma la logica economica ha una memoria lunga: ogni volta che il viaggio lungo diventa più caro, insicuro o anche solo psicologicamente meno leggero, la vacanza di prossimità torna a guadagnare terreno. L’Italia, peraltro, ci arriva in buona forma. L’Istat ha certificato un 2024 da record: 466,2 milioni di presenze e le prime indicazioni del 2026 parlano di un avvio ancora in crescita.
Dentro questo quadro, un posto come l’Altopiano ha delle carte che altri non hanno. Non dipende dai voli internazionali, non vive di turisti che arrivano dall’estero. La sua forza è quasi banale nella sua concretezza: ci arrivi dal Nord Italia in macchina, senza stress, senza scalare aeroporti. La domanda è fortemente stagionale, estate, inverno, weekend e legata a ciò che la montagna fa meglio: aria aperta, sport, natura. Esattamente il tipo di offerta che diventa più attraente quando il contesto internazionale si increspa.
Ma attenzione, le crisi non “premiano” a prescindere chi sta più vicino, premiano chi si fa trovare pronto. Per l’Altopiano, questo significa leggere il momento senza provincialismo, capire che un eventuale spostamento di domanda non arriva per inerzia, ma va conquistato: soggiorni brevi ben costruiti, comunicazione mirata sui bacini raggiungibili in auto, servizi per famiglie e sportivi, un calendario eventi che funzioni, turismo esperienziale e una narrazione coerente, la montagna come bene accessibile e contemporaneo, non come semplice piano B.
Diciamolo: la crisi di Hormuz non è una buona notizia, sarebbe miope pensarlo ma ogni shock globale rimescola le carte della convenienza e per chi le sa cogliere crea opportunità. E allora il fatto è questo: mentre le grandi rotte scoprono la loro vulnerabilità, territori come i sette comuni possono ritrovare valore nella loro prossimità. Non come ripiego, come risposta concreta a un tempo che sta riscoprendo il lusso delle cose semplici: i luoghi che puoi raggiungere facilmente, di cui ti puoi fidare e in cui ti senti a casa.
In un’economia dell’incertezza, la vicinanza torna a essere un valore, forse il più sottovalutato.
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