Retinica, il nuovo progetto di Nicola Lobbia che mette in crisi il nostro modo di vedere

Alla base di Retinica, il nuovo progetto di Nicola Lobbia, artista, ottico e agitatore culturale di Asiago, c’è un gesto semplice e insieme radicale: prendere gli elementi fondamentali della visione, smontarli e ricomporli in un ordine rovesciato. Ne nasce un lavoro che non si limita a mostrarsi, ma costringe a fermarsi e soprattutto a domandarsi che cosa significhi davvero guardare.

L’idea dichiarata dall’artista è già di per sé una chiave critica potente. In Retinica la retina viene portata all’esterno, mentre l’occhiale finisce dentro l’opera. È un capovolgimento anatomico e simbolico. Da una parte c’è la retina, cioè il dispositivo biologico che riceve la luce e la trasforma in senso, dall’altra l’occhiale, cioè l’oggetto culturale, tecnico e sociale con cui correggiamo, adattiamo e spesso uniformiamo il nostro sguardo sul mondo. Lobbia inverte questi piani e trasforma la tela in un campo di tensione tra naturale e artificiale, tra sensibilità e filtro, tra percezione e costruzione.

Le immagini del progetto restituiscono con immediatezza questa frattura. I fondi accesi, saturi, quasi violenti nel verde, nel rosso, nel blu, nel giallo, non sono semplici scelte cromatiche decorative. Sembrano piuttosto superfici emotive, zone di attrito, spazi in cui l’occhio viene prima attratto e poi destabilizzato. Su queste campiture si tendono fili, linee, incroci, reticoli che evocano insieme il disegno della retina, la trama di una connessione nervosa e una geometria di controllo. L’occhiale, inserito dentro queste composizioni, smette di essere un accessorio funzionale e diventa reperto, segnale, perfino intruso.

Le superfici dense, fisiche, quasi incandescenti di Retinica, per intensità materica, richiamano in alcuni passaggi anche la lezione di Alberto Burri, pur dentro un linguaggio diverso e pienamente contemporaneo. In Lobbia, però, la materia non si fa ferita o combustione, ma campo visivo e concettuale, spazio attraversato da tensioni, fili e dispositivi che interrogano il nostro modo di guardare.

È proprio qui che il lavoro acquista spessore. Retinica non parla soltanto della vista in senso fisico, parla della visione contemporanea. In un’epoca in cui osserviamo il reale attraverso schermi, algoritmi, interfacce e modelli già pronti, Lobbia materializza un dubbio profondamente attuale: quanto di ciò che vediamo passa ancora da noi e quanto invece ci arriva già corretto, calibrato, normalizzato? La sua opera non offre una risposta pacificante. Tiene aperta la ferita.

Il paradosso che l’artista formula nel testo di accompagnamento è forse il cuore più lucido del progetto: abbiamo esternalizzato la sensibilità e interiorizzato il filtro. È una frase che colpisce perché non resta astratta, ma trova una traduzione concreta nella struttura stessa delle opere. Il filo esterno sembra assumere il ruolo di un sistema percettivo vivo, mentre l’occhiale all’interno appare come ciò che ormai abita la nostra interiorità: non più strumento, ma condizione. Non più supporto alla visione, ma forma mentale.

Il lavoro di Lobbia non si esaurisce nell’oggetto estetico, ma agisce come dispositivo culturale. Interroga l’osservatore, lo sposta, lo mette in discussione. È un’arte che non cerca complicità immediata, ma una presa di coscienza e che proprio per questo mantiene una forza necessaria.

Il risultato è un progetto visivamente impattante e concettualmente compatto, capace di tenere insieme materia, segno e riflessione. Le opere colpiscono per la loro energia formale, ma restano soprattutto per la domanda che lasciano in sospeso. Una domanda che suona quasi come un allarme del presente: stiamo ancora guardando con i nostri occhi oppure attraverso una visione già predisposta da altro?

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