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Quando un dirigente di polizia resta ferito da una pietra e il centro di Milano rimane per due pomeriggi in balìa di gruppi di ragazzini incappucciati che sfondano vetrine e svuotano negozi, la prima cosa da dire è che nulla di tutto questo è tollerabile. Chi ha commesso reati deve risponderne, a qualunque età e secondo le regole che il nostro ordinamento già prevede per i minori.
Detto questo con la chiarezza che serve, bisogna avere il coraggio di aggiungere ciò che a Palazzo Chigi, nelle ore del vertice convocato d’urgenza, nessuno sembra disposto ad ascoltare. Un fenomeno che porta in questura duecentoventi minorenni, alcuni dei quali hanno dodici o persino undici anni, non si spiega con la parola teppismo e non si governa con l’ennesimo decreto sicurezza.
Il copione lo conosciamo bene, perché lo abbiamo visto andare in scena dopo Caivano e lo ritroviamo oggi quasi identico. Ci sono il fermo preventivo esteso ai minori e le pene più alte per il danneggiamento di gruppo, misure che giacciono da mesi in un disegno di legge fermo al Senato. Vengono rispolverate adesso perché un decreto si scrive in una notte e regala all’opinione pubblica, almeno per il tempo di un telegiornale, la sensazione che qualcuno abbia preso in mano la situazione.
I commercianti che hanno trovato le vetrine in frantumi hanno tutto il diritto di pretendere risposte rapide. Il guaio è che in questo paese alle risposte rapide non è mai seguita un’analisi seria, come se l’urgenza chiudesse il problema invece di aprirlo, mentre i risultati di questa abitudine sono sotto gli occhi di tutti. Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, dalla fine del 2022 alla fine del 2025 i ragazzi detenuti negli istituti penali minorili sono passati da 381 a 572. È una crescita di circa il cinquanta per cento, che per la prima volta ha portato il sovraffollamento anche nelle carceri minorili e che secondo l’associazione si deve alla risposta penale più che alla criminalità giovanile.
Le periferie da cui quei ragazzi provenivano, nel frattempo, non sono diventate per chi ci cresce posti in cui valga la pena restare.
Conviene allora guardare ai fatti che le stesse forze dell’ordine hanno messo a disposizione. I ragazzi di piazza Duomo arrivavano dall’hinterland e dai quartieri periferici. Erano figli di famiglie italiane quanto di famiglie arrivate da altrove e non appartenevano a collettivi o centri sociali. Si erano dati appuntamento su TikTok, dove nelle ore successive i video delle cariche e delle vetrine in frantumi hanno continuato a girare senza sosta. Si erano staccati da cortei nati per protestare contro il carovita e contro le condizioni della scuola, cioè contro due cose che a quell’età si toccano con mano ogni giorno, in casa e in classe. Chi li liquida come una banda di delinquenti ha smesso di farsi domande, ma è proprio da questa rinuncia a capire che nasce il primo errore politico di tutta la vicenda.
La lamentela sulla gioventù che non rispetta più niente è vecchia quanto la parola scritta e ogni generazione adulta l’ha rivolta a quella successiva con la stessa identica convinzione. Il sociologo britannico Stanley Cohen studiò gli scontri tra mods e rockers sulle spiagge inglesi degli anni Sessanta e chiamò questo meccanismo panico morale. Una società spaventata trasforma un gruppo di ragazzi in nemico pubblico e finisce per costruire, attraverso giornali e politica, risposte che parlano più delle proprie ansie che di quello che quei ragazzi fanno davvero.
20Il ritornello dei giovani senza valori appartiene a questa tradizione. Ha il difetto di essere comodo, perché carica tutta la responsabilità sulle spalle di un tredicenne e assolve gli adulti che lo hanno cresciuto, insieme alle istituzioni che avrebbero dovuto accompagnarlo.
Robert Merton spiegava già nel 1938 che la devianza attecchisce quando una società propone a tutti le stesse mete di successo e di consumo ma distribuisce in modo diseguale i mezzi legittimi per raggiungerle. Basta guardare che cosa è stato portato via dai negozi di via Torino, scarpe da ginnastica e capi d’abbigliamento, per capire che quella teoria non ha perso attualità. Commentando i disordini di Londra del 2011, Zygmunt Bauman parlò di una rivolta di consumatori esclusi: ragazzi educati a misurare il proprio valore su ciò che indossano e poi lasciati fuori dalla vetrina. A questo si aggiunge una variabile che nessuno dei due poteva prevedere fino in fondo, cioè una piattaforma che premia con migliaia di visualizzazioni chi si filma mentre lancia un sampietrino. Il quadro diventa allora quello di una violenza che è anche una forma di visibilità, forse l’unica a disposizione di chi vive ai margini di una metropoli che si racconta come vetrina d’Europa.
Sarebbe però un errore fermarsi ai ragazzi, che di una tensione molto più larga sono soltanto la parte visibile. Quelle manifestazioni erano nate contro il carovita e contro stipendi che non bastano più, con in piazza anche adulti e famiglie che di quella fatica sanno tutto. Lo stesso sabato, a Roma, la Cgil annunciava uno sciopero generale per il 20 novembre. Pochi giorni prima l’Istat aveva certificato che nel 2025 le persone in povertà assoluta erano oltre 5,4 milioni, quasi un residente su dieci; tra gli operai, il 14,3 per cento risulta povero pur avendo un lavoro. L’Ocse calcola che i salari reali italiani restano del 6,1 per cento sotto i livelli del 2021, lo scarto più ampio tra le grandi economie, con un ulteriore calo previsto per quest’anno. Il Censis, nel suo ultimo rapporto, ha raccontato un’Italia entrata in un’età selvaggia. In meno di quindici anni la ricchezza della metà più povera delle famiglie si è ridotta di quasi un quarto, mentre la convivenza cede il passo a un individualismo competitivo che somiglia più a una tecnica di sopravvivenza che a un modo di stare insieme.
Dentro questo quadro i ragazzi di piazza Duomo diventano lo specchio di un modello di società che ha consegnato a tutti la stessa promessa di benessere e di affermazione individuale. Poi ha ritirato uno dopo l’altro gli strumenti per mantenerla, a cominciare da una scuola che ha smesso di funzionare da ascensore sociale e da un lavoro che non basta più a tenere lontana la povertà. Il malessere che ne deriva non appartiene a una generazione ma attraversa un paese intero, che da anni accumula frustrazione senza trovare luoghi in cui darle una forma politica. Negli adulti la stessa frustrazione prende strade più silenziose e socialmente accettate, come l’astensione che svuota le urne o il rancore verso chi sta appena un gradino più in basso. Nei più giovani trova invece la via più rumorosa e immediata. Trattare soltanto quest’ultima come un problema di ordine pubblico equivale a curare la febbre rompendo il termometro.
Resta un aspetto che il dibattito di questi giorni sfiora senza mai nominarlo, eppure forse spiega meglio di ogni altro la fretta con cui il governo ha messo mano al decreto. Lo stesso Viminale ha descritto i ragazzi di piazza Duomo come gruppi autoconvocati in modo improvviso e spontaneo attraverso i social, senza capi da arrestare né interlocutori con cui trattare. Per un potere abituato a misurarsi con organizzazioni che hanno un indirizzo e un portavoce, è la forma di mobilitazione più difficile da leggere e quindi la più inquietante. Se qualche centinaio di adolescenti riesce a riempire piazza Duomo in poche ore con un passaparola su TikTok, la stessa rete potrà essere attivata domani per qualunque altra causa, comprese quelle che oggi nessuno è in grado di prevedere.
La sociologa turco-americana Zeynep Tufekci ha mostrato come i movimenti nati in rete crescano con una velocità che le vecchie organizzazioni non hanno mai conosciuto. Ha mostrato anche come proprio l’assenza di una struttura li renda fragili nel momento in cui dovrebbero trasformare la rabbia in proposte. Un potere che ha paura di ciò che non riesce a decifrare tende a rispondere con gli strumenti che conosce meglio, primo fra tutti il codice penale.
Chi in queste ore evoca Parigi dovrebbe ricordare come è andata a finire in Francia. Dal 2005 la Francia alterna stati d’emergenza e piani di rinnovo urbano lasciati a metà. Nel 2023, dopo la morte di Nahel, ha rivisto le stesse scene con migliaia di fermati e un’età media che le autorità indicavano intorno ai diciassette anni. Vent’anni di risposte securitarie non hanno spento nulla, perché il fuoco non stava nelle piazze dove si vedeva ma nei quartieri da cui partiva.
Qui entra in gioco la Politica con la P maiuscola, quella che ha la pazienza di affidarsi a chi questi fenomeni li studia e li attraversa ogni giorno. Penso agli educatori di strada, ai presidi scolastici delle periferie, ai sociologi e agli psicologi dell’età evolutiva, che da anni chiedono risorse stabili e non bandi annuali. Penso anche a una scuola capace di trattenere chi oggi se ne va prima del diploma e a una presenza dello Stato che si faccia vedere nei quartieri molto prima di schierarsi in assetto antisommossa davanti alla Rinascente. Serve, prima ancora, una politica economica che torni a occuparsi di salari e di case, perché nessun progetto educativo regge a lungo dentro famiglie che non arrivano a fine mese. Sono politiche lente, i cui risultati si misurano in anni anziché in sondaggi, il che spiega perché nessun governo ami intestarsele.
Il Movimento 17 ottobre ha già annunciato sui social l’intenzione di tornare in piazza ogni sabato, mentre il Governo sembra intenzionato ad accelerare sull’approvazione del nuovo decreto sicurezza. Sabato prossimo sapremo se è bastato, anche se il sospetto è che a Palazzo Chigi la risposta la conoscano già.
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